Recensioni “Somma dei termini metafisici”

24/09/2016

lupo della steppa

Giordano Bruno
Emiliano Ventura

Somma dei termini metafisici a cura di Giudo del Giudice
Guido del Giudice ci presenta la traduzione di un testo che mancava al fruitore o allo studioso della filosofia nolana. Non è nuovo lo studioso a questi recuperi e la sua bibliografia persoanle comincia ad assumere toni importanti. In Italia si pubblicano molti libri inutili che servono a far da vetrina all’autore, soddisfano quello che Gadda chiamava il ‘signor collo dritto’, l’io. Credo che del Giudice sia al quinto o sesto titolo su Giordano Bruno e in ogni occasione mette a disposizione una porzione di pensiero del filosofo; un testo tradotto o uno recuperato. Quello che emerge in questo studioso non è la sua ‘egoità’ di autore ma il suo proporre un’appassionata ricerca intorno a un filosofo a cui sente di ‘appartenere’, in cui evidentemente la prossimità del pensiero si trova a suo agio, e questo agio e questa passione propone anche nei suoi libri. In una nazione in cui i fondi per la ricerca sono pressocchè nulli, il lavoro di questo autore, e di questo editore, indipendente è un’oasi preziosa da difendere.
Nel 2010 esce per i tipi Di Renzo Editore Giordano Bruno Somma dei termini metafisici, cura e traduzione di Guido del Giudice, autore del lungo saggio iniziale che ‘schiarisce alquanto certe ombre’ sul periodo zurighese di Bruno. La Somma è uno dei testi latini del Nolano e tra i meno noti, ha però il pregio di farci conoscere e percepire il filosofo nel momento della lezione, è infatti il testo delle lezioni che Bruno dettava all’allievo Raphael Egli. Questi pubblicherà la Somma prima nel 1595  e poi nel 1609, è grazie a questa recupero che oggi possiamo avere a disposizione questo libriccino, vero e proprio condensato del pensiero aristotelico.
Il libro si presta a diverse considerazioni: intanto ci mostra un Bruno nell’atto di dettare i termini metafisici e nell’azione quotidiana di una lezione, si percepisce la forza di un pensiero perennemente in fieri. È anche messo in evidenza la grande conoscenza della filosofia aristotelica, vero e proprio strumento di indagine ma anche fonte di guadagno, è insegnando Aristotele che Bruno poteva racimolare qualche entrata.
Pregio del libro è mettere in luce la conoscenza profonda e precisa del pensiero dello stagirita, così fortemente criticato in altre opere, suscita l’interesse nell’approfondire i rapporti tra Aristotele e Bruno, la tradizione scolastica e la novità del pensiero nolano, e se vogliamo ampliare ancora l’orizzonte, tra il cosmo tolemaico (visione geocentrica e finita aristotelica) e quello copernicano (visione eliocentrica e infinita bruniana). Dal libro di del Giudice si viene spinti a rivedere i rapporti tra i due filosofi, a sottolienare ancora il fatto che l’avversione bruniana era rivolta più agli aristotelici pedanti che non al filosofo greco. Il terreno, sebbene sia tato già battuto da diversi autori, lascia ancora molte ombre che andrebbero schiarite.
Altro contributo importante si trova nel colmare il vuoto che circonda il periodo della permanenza del filosofo in Svizzera in prossimità del suo rientro in Italia nel 1592. Ricostruisce, con l’ausilio di documenti nuovi, i rapporti tra Bruno e l’allievo Egli e del circolo che si viene a creare a Elgg nel palazzo che ospita un’accolita di sedicenti alchimisti.
Misurando con cautela le vite di Egli e Hainzel, del Giudice si trova tra le mani una materia difficile da trattare, cioè i legami tra la filosofia del nolano e i personaggi che andranno a dar vita da li a breve alla stagione dei Rosacroce.
Umberto Eco ci ha insegnato come sia facile cadere nelle pastoie venefiche del mistero, dell’esoterico e del complottismo, quando si vanno a toccare temi come i Rosacroce e l’alchimia, privi di una struttura solida da ricercatore. Non è così per il saggio di del Giudice Bruno in Svizzera, tra achimisti e rosacroce in cui i rapporti di circolazione delle idee, le somiglianze e le differenze che si presentano tra i Rosacroce e Bruno vengono messi in evidenza con grande chiarezza.
L’uso del prefisso proto – davanti a rosacroce serve a mettere con una precisione temporale una distanza tra le teorie di Bruno e quelle che poi conivolgeranno la nascita dello stesso circolo. Un esempio per tutti; del Giudice vede della prossimità tra Bruno e i Rosacroce nel progetto di riforma politica incarnato da Enrico di Navarra, ma mette anche in evidenza la distanza incolmabile tra il cristianesimo insito nei Rosacroce e l’anticristianesimo di Bruno.
È noto come il Nolano si burlasse della figura di Cristo, visto come figlio di dio, lo chiama  e lo schernisce richiamandosi alla figura mitica del centauro chirone (quindi mezzo e uomo e mezzo cavallo).
Il libro è un tassello importante per la comprensione e lo studio del filosofo di Nola, così come l’appello dello stesso autore a fine saggio, quando ricorda la possibilià che l’Archivio Vaticano abbia ancora dei testi sul processo o delle opere a noi non pervenute di Bruno. Se così fosse sarebbe veramente importante la libera consultazione e pubblicazione degli stessi, questo sì che sarebbe un bel gesto di conciliazione, al di là di tutte le messe e i discorsi che si potrebbero fare per quell’antico torto del rogo.

Il Roma online

Ultime notizie su Giordano Bruno (12/02/2011)
di Francesca Parlato
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erasmo-copertina1

“Ed ora vi racconto Bruno e i Rosacroce”
Intervista a Guido del Giudice su “Erasmo”, prestigiosa rivista del Grande Oriente d’Italia

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ilgiornale
articolo di domenica 09 gennaio 2011
Se fosse stato Giordano Bruno a ispirare i Rosacroce?
di Gianluca Montinaro
Un filosofo, un mago, un alchimista. Ma anche un pericoloso eretico, un ciarlatano, un plagiatore. La fama che ancora oggi circonda Giordano Bruno (1548-1600) oscilla fra luci e ombre, fra misteri e congetture, fra il genio idealistico e la condanna da parte dell’Inquisizione. Le sue opere, tanto complesse quanto di difficile interpretazione, non sempre giovano a comprendere la figura di questo frate domenicano, nato da oscura famiglia nolana. Così come non aiutano la vasta messe di testimonianze dei suoi contemporanei, equamente divise fra sostenitori e detrattori. Alcuni punti fermi però ci sono. La straordinaria cultura, la prodigiosa memoria, la smania (non disgiunta da un po’ di timore) con cui era conteso dai più grandi regnanti d’Europa. Perennemente in viaggio fra Italia e Inghilterra, Parigi e Praga, Giordano Bruno entra in contatto con buona parte dei personaggi più influenti, a livello culturale e politico, del tempo. Nel frattempo misura il suo pensiero con Aristotele e Platone, con la teologia tomistica e la cabala, con le arti mnemotecniche e la magia. Prende corpo, nelle tante pubblicazioni (in parte in italiano, in parte in latino), la sua concezione filosofica, basata sull’infinitezza di Dio, sulla identità fra Dio e Natura, e sull’unità di pensiero e materia. La filosofia del frate di Nola non è però una disciplina scolastica. Bruno ambisce a creare un sistema di pensiero che sia vita e si realizzi nell’infinito del mondo immanente. È ancora una volta l’occasione di un viaggio a dar vita a una delle opere più straordinarie del frate nolano. Nel 1591 Bruno si reca nei pressi di Zurigo, ospite nel castello di Heinrich Hainzel e Raphael Egli. Questi personaggi, noti per le loro passioni magico-alchemiche, lo ingaggiano per impartire loro una serie di «lezioni private». Raphael Egli (che di lì ad alcuni anni sarebbe poi entrato nella confraternita dei Rosacroce) con diligenza annota le parole di Bruno. Quattro anni dopo darà alle stampe la Summa terminorum metaphysicorum. Breve compendio di terminologia teologica, quest’operetta viene ora per la prima volta tradotta in italiano col titolo di Somma dei termini metafisici (Di Renzo editore, pagg. 198, euro 14; a cura di Guido del Giudice). In essa Bruno, con virtuosismo, seziona il vocabolario usato da Aristotele. Quindi smonta le vetuste teorie del pensatore greco dall’interno, usando le sue stesse parole. Alla fine l’immagine del Dio di Bruno appare molto distante da quella dello Stagirita: Egli è relazione, «sostanza universale, essenza fonte di ogni essenza; è dappertutto in quanto dappertutto c’è qualcosa». Il curatore, Guido del Giudice, nell’ampio saggio introduttivo, aggiunge poi un altro elemento. Attraverso indizi deduttivi avanza l’affascinante proposta che l’inconsapevole ispiratore dei nascenti Rosacroce sia stato lo stesso Giordano Bruno in occasione del suo soggiorno a Zurigo.
Di li a pochi anni il Nolano sarebbe giunto a Campo dei Fiori. Non uomo del dubbio, come vulgata ha tramandato. Piuttosto individuo dalle certezze così salde da non aver paura di portare il confronto alle estreme conseguenze, trasfigurando la filosofia in vita. E pagando con la morte il suo non avere dubbi.
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Giordano Bruno, Somma dei termini metafisici, a cura di G. Del Giudice, Di Renzo, Roma 2010
di Clementina Gily (Giornale Wolf N° 1/2011)
La ricerca di Guido del Giudice dei testi di Giordano Bruno, che pubblica in edizioni facilmente accessibili sia per il costo che per il taglio vivace e storico dell’introduzione, rientra in un interessante percorso che sta compiendo da anni il medico napoletano con l’editore Di Renzo di Roma, che diffonde l’interesse per la lettura di testi di Bruno poco noti. La fortuna di Bruno è già da due secoli soggetta ad un interesse più ampio del pubblico degli esperti, per la figura affascinante, seconda forse solo a quella di Socrate per carisma, che motiva letture spesso complesse come quelle offerte dalle sue opere. Del Giudice in questa attenzione versatile ha precedenti illustri, ma si distingue non solo per l’attenta ricerca delle fonti, ma anche perché non si ferma ai testi simbolici ed esoterici, ampliando la disponibilità dei testi così da restituire importanza alla lettura diretta dei testi filosofici.
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Giordano Bruno: Somma dei termini metafisici.

di Gianmario Ricchezza
Dalla testimonianza del libraio Ciotti del 23 giugno 1592 sappiamo che il Bruno, nel mese di maggio, stava scrivendo l’opera Delle sette arti (liberali) quando il Mocenigo lo consegnò all’Inquisizione veneta, e l’opera fu sottratta insieme al filosofo dal mondo libero. Perché il Bruno avrebbe dovuto occuparsi di quello che inizialmente non era che un percorso educativo, oggi diremmo scolastico, così definito già nel 819 dal benedettino Rabano Mauro, abate di Fulda, il più famoso luogo di studi dell’epoca di Carlo Magno? Sorprendentemente, la risposta si materializza, suggestiva, dalla lettura di questo nuovo studio di Guido del Giudice su un testo fondamentale e poco noto del Bruno: la raccolta di lezioni tenute in Svizzera dal grande filosofo fatta e pubblicata nel 1595 da Raphael Egli (1559-1622) “talentuoso allievo ed eclettico braccio destro del nobile Heinrich Heinzel”, fresco proprietario del castello di Elgg, vicino a Winterthur, dove il Bruno trovò ospitalità. E qui “si riunì una vera e propria assise di alchimisti paracelsiani e proto-rosacrociani svizzeri”. Notiamo subito che del Giudice ci fornisce una notevole quantità di dati e dobbiamo elogiare, oltre la attenta ricerca fatta su un periodo poco noto del Bruno, il modo in cui questi dati ci vengono forniti: non viene imbastita nessuna storia, ricostruendola magari con collegamenti gratuiti, di quelli che tanto hanno affascinato i superficiali negli ultimi decenni; itinerari pseudo-culturali presenti solo nella mente di chi li ha inventati, che hanno fatto ripiombare nelle tenebre un faro di luce come il Bruno. Tante visioni intellettuali che sarebbero brillanti esercizi di fantasia se non fossero purtroppo prese per buone e tramandate come verità. del Giudice, studioso attento e onesto, pur parlandoci di una materia scarsamente documentata come i rosacroce e il loro apporto etico culturale, non cade nella facile tentazione di fare del Bruno uno di loro, ma ci presenta un interessante ritratto di un nuovo ambiente di cui il Bruno coglie il desiderio di sapienza, che soddisfa da grande maestro. del Giudice ci accompagna con discrezione su questa nuova strada che ha individuato; il risultato è che sorgono nel lettore riflessioni che sono le stesse che lui ha fatto e notiamo tante cose senza essere pedantemente guidati e men che meno condizionati. Scopriamo così che Bruno, sempre alla ricerca di nuovi ambienti che fossero terreno fertile per le sue semine, dopo aver calcato volta a volta le strade più ricercate dell’epoca, influenzandole con le sue opere, come quelle delle mnemotecniche, della simbologia astrologica, del calcolo geometrico, della astronomia, intende fornire anche a questo effervescente ambiente svizzero, che lo richiede, una raccolta complessiva che serva a stabilire punti fermi per arrivare a una nuova filosofia, scevra di imprecisioni; getta così i mattoni di un edificio che possa riparare nel futuro le menti dalle tempeste dell’ignoranza. E’ un Bruno maturo che ha compreso che la rivoluzione non può arrivare da chi comanda, che ormai crede di sapere ma sa in modo sbagliato, ma da chi ancora deve apprendere, dalle scuole. Il Bruno che ora si dedica ad analisi precise e didascaliche, come il trattato Sulla magia, e queste lezioni che l’insegnante Egli fortunatamente ha raccolto. Non sono però complete: dopo una prima parte in cui “vediamo veramente all’opera il Bruno maestro” che spiega e interpreta mirabilmente Aristotele, segue una seconda in cui si riallaccia al pensiero neoplatonico e dalla quale Bruno avrebbe definitivamente spiccato il volo; ma l’opera figura incompiuta, monca di una terza parte. Forse è stata temporaneamente sospesa, come si intuisce dalla Praxis descenso dove il Bruno (par. XXVIII Nome) parlando di Dio, dice “Egli è tutto in tutto, perché a tutto dà l’essere; e non è nessuna delle cose”: il concetto risale a Ermete e poi Cusano, ma lui lo aveva già superato con il suo paradosso logico “tutto in tutto e tutto in ogni singola cosa”, forse troppo moderno per essere raccolto dall’Egli o forse rimandato a un insegnamento in Italia, ultimo tentativo del filosofo tragicamente stroncato. Ora sappiamo. Grazie al prezioso lavoro di del Giudice si è aperto un nuovo spiraglio e possiamo ipotizzare una risposta alla domanda iniziale.

Linguaggio, verità e natura nella traduzione italiana dell’opera bruniana “Summa terminorum metaphysicorum” di Guido del Giudice

di Luigi Simonetti
Guido del Giudice ha affrontato ancora una volta un’ opera latina di Giordano Bruno con linearità linguistica e acume filologico, evidenziando con grande lucidità l’organica compattezza delle intuizioni folgoranti e originali del filosofo nolano sui rapporti tra “praxis” e “somma dei termini metafisici”, in maniera tale da consentire al lettore moderno una comprensione critica dell’essere in sé della verità e l’essere per noi del linguaggio come sintesi dei simboli concettuali e dei contenuti materiali di una natura che muta incessantemente e si dispiega nella mente umana in forme sempre nuove e mai identiche a se stesse. È la prima traduzione completa e aggiornata di uno degli scritti latini più importanti di Giordano Bruno con una rigorosa fedeltà al testo e una puntuale ricostruzione del contesto storico e ambientale in cui l’opera nasce e diffonde la sua luce nell’ermeneutica e nella metafisica del linguaggio nell’epoca moderna, aprendo la strada al Saggio sull’intelletto umano di John Locke e alla “mathesis universalis” di Cartesio, ponendo però dialetticamente spirito, intelletto e Dio in un circuito in cui la natura non obbedisce a schemi logici precostituiti o a innatismi di tipo astratto, ma circola nella mente e si esprime nel pensiero e nella praxis, sì che la vita della realtà è nello stesso tempo realtà della vita e contenuto dinamico di una infinita mutazione che è divina in quanto avvicina l’uomo a Dio, che è luce infinita, mentre l’uomo si aggira nell’ombra in cerca della luce. Il principio della scienza si fonda sui rapporti che intercorrono tra gli oggetti e la concordante testimonianza delle umane facoltà, perché non c’è realtà che non possa non essere pensiero. La traduzione di del Giudice consente al lettore di penetrare nel cuore della filosofia bruniana e di capirne l’intimo messaggio, al di là dei rapporti tra Bruno e i Rosacroce e indipendentemente da ogni autorità umana e da ogni deduzionismo acritico e infondato. Zurigo è stata, perciò, solo una tappa delle dolorose peregrinazioni di un pensatore che trova un po’ di pace soltanto nella sua genialità e affronta la tortura e la morte col coraggio della verità e l’equilibrio di un sapiente che vola verso l’infinito e fa vibrare l’anima degli uomini intelligenti dopo più di quattro secoli, perché la sua morte è il sigillo di una vita e la sintesi della sua filosofia.
Nola, 24 novembre 2010.

La “Somma dei termini metafisici” di Giordano Bruno, tradotta da Guido del Giudice

di Nicola Cara Damiani
Guido del Giudice ci presenta la traduzione di un testo che mancava al fruitore o allo studioso della filosofia nolana. Non è nuovo lo studioso a questi recuperi e la sua bibliografia personale comincia ad assumere toni importanti. In Italia si pubblicano molti libri inutili che servono a far da vetrina all’autore, soddisfano quello che Gadda chiamava il ‘signor collo dritto’, l’io. Credo che del Giudice sia al quinto o sesto titolo su Giordano Bruno e in ogni occasione mette a disposizione una porzione di pensiero del filosofo; un testo tradotto o uno recuperato. Quello che emerge in questo studioso non è la sua ‘egoità’ di autore ma il suo proporre un’appassionata ricerca intorno a un filosofo a cui sente di ‘appartenere’, in cui evidentemente la prossimità del pensiero si trova a suo agio, e questo agio e questa passione propone anche nei suoi libri. In una nazione in cui i fondi per la ricerca sono pressoché  nulli, il lavoro di questo autore, e di questo editore, indipendente è un’oasi preziosa da difendere.
Nel 2010 esce per i tipi Di Renzo Editore Giordano Bruno Somma dei termini metafisici, cura e traduzione di Guido del Giudice, autore del lungo saggio iniziale che ‘schiarisce alquanto certe ombre’ sul periodo zurighese di Bruno. La Somma è uno dei testi latini del Nolano e tra i meno noti, ha però il pregio di farci conoscere e percepire il filosofo nel momento della lezione, è infatti il testo delle lezioni che Bruno dettava all’allievo Raphael Egli. Questi pubblicherà la Somma prima nel 1595 e poi nel 1609, è grazie a questa recupero che oggi possiamo avere a disposizione questo libriccino, vero e proprio condensato del pensiero aristotelico.
Il libro si presta a diverse considerazioni: intanto ci mostra un Bruno nell’atto di dettare i termini metafisici e nell’azione quotidiana di una lezione, si percepisce la forza di un pensiero perennemente in fieri. È anche messo in evidenza la grande conoscenza della filosofia aristotelica, vero e proprio strumento di indagine ma anche fonte di guadagno, è insegnando Aristotele che Bruno poteva racimolare qualche entrata.
Pregio del libro è mettere in luce la conoscenza profonda e precisa del pensiero dello Stagirita. Così fortemente criticato in altre opere, suscita l’interesse nell’approfondire i rapporti tra Aristotele e Bruno, la tradizione scolastica e la novità del pensiero nolano, e se vogliamo ampliare ancora l’orizzonte, tra il cosmo tolemaico (visione geocentrica e finita aristotelica) e quello copernicano (visione eliocentrica e infinita bruniana). Dal libro di del Giudice si viene spinti a rivedere i rapporti tra i due filosofi, a sottolineare ancora il fatto che l’avversione bruniana era rivolta più agli aristotelici pedanti che non al filosofo greco. Il terreno, sebbene sia stato già battuto da diversi autori, lascia ancora molte ombre che andrebbero schiarite.
Altro contributo importante si trova nel colmare il vuoto che circonda il periodo della permanenza del filosofo in Svizzera in prossimità del suo rientro in Italia nel 1592. Ricostruisce, con l’ausilio di documenti nuovi, i rapporti tra Bruno e l’allievo Egli e del circolo che si viene a creare a Elgg nel palazzo che ospita un’accolita di sedicenti alchimisti.
Misurando con cautela le vite di Egli e Hainzel, del Giudice si trova tra le mani una materia difficile da trattare, cioè i legami tra la filosofia del nolano e i personaggi che andranno a dar vita da li a breve alla stagione dei Rosacroce.
Umberto Eco ci ha insegnato come sia facile cadere nelle pastoie venefiche del mistero, dell’esoterico e del complottismo, quando si vanno a toccare temi come i Rosacroce e l’alchimia, privi di una struttura solida da ricercatore. Non è così per il saggio di del Giudice Bruno in Svizzera, tra alchimisti e rosacroce in cui i rapporti di circolazione delle idee, le somiglianze e le differenze che si presentano tra i Rosacroce e Bruno vengono messi in evidenza con grande chiarezza.
L’uso del prefisso proto – davanti a rosacroce serve a mettere con una precisione temporale una distanza tra le teorie di Bruno e quelle che poi coinvolgeranno la nascita dello stesso circolo. Un esempio per tutti; del Giudice vede della prossimità tra Bruno e i Rosacroce nel progetto di riforma politica incarnato da Enrico di Navarra, ma mette anche in evidenza la distanza incolmabile tra il cristianesimo insito nei Rosacroce e l’anticristianesimo di Bruno.
È noto come il Nolano si burlasse della figura di Cristo, visto come figlio di dio, lo chiama e lo schernisce richiamandosi alla figura mitica del centauro Chirone (quindi mezzo e uomo e mezzo cavallo).
Il libro è un tassello importante per la comprensione e lo studio del filosofo di Nola, così come l’appello dello stesso autore a fine saggio, quando ricorda la possibilità che l’Archivio Vaticano abbia ancora dei testi sul processo o delle opere a noi non pervenute di Bruno. Se così fosse sarebbe veramente importante la libera consultazione e pubblicazione degli stessi, questo sì che sarebbe un bel gesto di conciliazione, al di là di tutte le messe e i discorsi che si potrebbero fare per quell’antico torto del rogo.

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